110 anni fa, in una birreria di Torino...

December 3, 2016

Dagli appunti per una ricerca sulla tournée sudamericana del 1914 di Torino e Pro Vercelli

 

Di Alberto Borgatta

 

Alcune grandi storie nascono in luoghi insospettabili: una birreria, ad esempio. La birreria Voigt, all’angolo tra Piazza Solferino e Via Pietro Micca a Torino. Oggi si chiama Bar Norman, e tutte le volte che ci passo davanti con mio zio, lui sottolinea che lì dentro fanno l’Hemingway migliore di Torino. È un cultore, quindi mi fido.

Proprio lì, il 3 dicembre di centodieci anni fa, nacque il Toro. Vide la luce in un periodo storico in cui la città era tutta un ribollire, tra l’Esposizione d’arte decorativa del 1902, manifesto del Liberty, e la stagione d’oro della monumentale Expo del Lavoro e delle Industrie del 1911. Come funghi nascevano le case automobilistiche, nell’area dei Docks Dora s’inventavano e si producevano pellicole cinematografiche come in una Hollywood in miniatura. E qualche ragazzo, in giro per la città, cominciava a tirar calci a un pallone.

 

Non bisogna mai far l’errore di considerare il calcio d’inizio secolo come qualcosa di simile a quello odierno: non riusciremmo a riconoscervi nulla di familiare. I pionieri del verbo pallonaro in Italia erano ancora adepti di un dio sportivo minore, celebrato non nei grandi santuari dei tempi moderni, ma su campetti fangosi, in periferia, dove se andava bene c’erano rudimentali spalti di legno, ma più spesso una corda era sufficiente a dividere gli spettatori (in piedi) dai giocatori.

 

Le squadre erano poche, tutte composte di dilettanti, con un seguito (di estrazione sociale medio-alta) “dissidente” rispetto alle normali affezioni del pubblico per sport più antichi e dimenticati (la pallapugno, ad esempio, oggi confinata tra le colline di Langhe e Monferrato) oppure per le discipline su ruote, come il ciclismo e il primordiale, ma affascinante, automobilismo. Le poche che c’erano avevano per riferimento quei paesi dove il calcio stava diventando, o era già diventato, una solida realtà: Inghilterra a parte (la madrepatria era un modello fin troppo lontano e avanzato per potersi ispirare), c’erano il Belgio, la Svizzera, i paesi dell’area danubiana che, non a caso, sforneranno squadroni almeno fino agli anni ’60.

 

Non ci si deve così stupire che la prima squadra “ufficiale” in Italia fosse sorta per mano di un pugno d’imprenditori inglesi: il Genoa Cricket and Football Club, che vide la luce nel 1893. Non casualmente a Genova, porto industriale d’Italia, motore di commercio e scambi.

 

Il primo campionato italiano si giocò nel 1898. “Campionato” per modo di dire: si fronteggiavano quattro squadre e tutto si risolse nell’arco di una giornata. Scesero in campo il Genoa, poi campione, l’Internazionale Torino, che giocava in maglia bianconera e si sarebbe sciolta all’inizio del nuovo secolo, la Ginnastica Torino, blu con una banda rossa, scomparsa dalla scena nel 1906, e il Football Club Torinese.

 

Teniamo a mente questo nome: sarà uno dei protagonisti della nascita del Toro. Insieme a un altro team torinese che, per il momento, si limitava a calcare i campi scolastici a partire da quello del D’Azeglio, dov’era nato, come Sport Club, a fine 1897. La maglia era ancora rosa, completata da un cravattino nero; solo nel 1903, quando le divise originali si erano stinte tanto da richiederne il cambio, la Juve divenne bianconera, indossando la livrea del Notts County, la squadra inglese che, per prima nella storia, si fregiò del titolo di Professional Football Club, anno 1862.

 

Perché la Torinese e la Juve sono importanti per la nostra storia? Il lungo preambolo finisce e arriviamo al 3 dicembre 1906, nelle stanze della birreria Voigt. Seduti a un tavolo ci sono alcuni dirigenti della Torinese. Con loro, alcuni volti noti dell’ambiente bianconero. Realmente noti: tra loro, infatti, siede Alfred Dick, un imprenditore nel campo della pelletteria, svizzero di nascita e torinese d’adozione. Dick era stato il presidente che aveva regalato alla squadra il suo primo stadio, il Velodromo Umberto I, e il suo primo scudetto, nel 1905. Le ultime elezioni della dirigenza juventina, però, avevano visto, di fatto, la sua epurazione: pietra dello scandalo, che finì per estrometterlo, la sua tendenza filostraniera, l’inserimento continuo di giocatori d’oltralpe (svizzeri, francesi, mitteleuropei) e, soprattutto, il tentativo di cambiare il nome della squadra dal latino al tedesco, da Juventus a Jugend Fußballverein.

 

In risposta alla cacciata, ecco così l’atto rivoluzionario: con una firma sui tavoli di legno della birreria nasceva il Torino Football Club, sulle ceneri della Torinese e grazie all’iniziativa dei dissidenti di quella che sarebbe poi stata (e sempre sarà) la nostra rivale designata.

 

Il resto venne da sé: erano passati solo pochi giorni dopo la fondazione quando un Toro sperimentale, in maglia arancione e nera, quella della Torinese, scese in campo contro la Pro Vercelli in amichevole. E che amichevole: la Pro era uno dei vertici del Quadrilatero piemontese, che comprendeva i bianchi campioni delle risaie (la Pro vinse cinque dei suoi sette scudetti prima della Grande Guerra), i nerostellati del Casale, i grigi di Alessandria e gli azzurri del Novara. Quattro delle squadre più forti dell’epoca, tra cui la Pro era sicuramente la più “tosta”. Il battesimo del fuoco andò bene: tre a uno. Ora, gli arancioneri potevano assumere la loro forma definitiva e indossare, finalmente, il granata.

 

E, ovviamente, fu derby. Non uno dei tanti che sarebbero potuti andare in scena (erano tante le squadre a Torino, allora), ma quello della vendetta di Dick, quello che per ognuno di noi tifosi è IL derby: Juventus-Torino, 13 gennaio 1907, ore 15, sfida valevole per il Campionato di Prima Categoria. Si gioca proprio al Velodromo Umberto I, la “casa” bianconera voluta dall’ora presidente granata.

I tabellini recitano: Juventus in campo con Durante, Armano, McQueen, Diment, Goccione, Nay, Donna, Barberis, Borel, Varetti, Squair.

Il Torino risponde con Biano, Bollinger, Mutzler, Rodgers, Ferrari, De Fernex, Debernardi I, Streule, Kempher, Michel, Jacquet. Una squadra ricca di stranieri (non a caso, per quello Dick era stato allontanato), molti ex, che avevano lasciato la Juve perché quasi tutti dipendenti dell’azienda di pelli e calzature del patron, e non conveniva mettersi contro un patron come Dick, che definire fumantino ne sminuisce il carattere.

Arbitro del match, il signor Pasteur.

 

Non c’è molto da scrivere di questa partita: i tabellini sono abbastanza aridi d’informazioni e immagino che, in realtà, il livello tecnico espresso in campo, traslato a oggi, non otterrebbe grande successo tra occhi e cuori abituati al calcio moderno. Fa sorridere, proprio perché così semplice e vero, un aneddoto sopravvissuto agli anni secondo cui, per ripicca, un tifoso bianconero avrebbe seguito il presidente Dick negli spogliatoi e l’avrebbe chiuso dentro a chiave, costringendolo a seguire la partita in base alla cronaca dei rumori del tifo. È anche così che nascono le grandi rivalità.

 

Alla fine, il Toro passò il suo esame di maturità: due a uno. Il rigore di Borel non fu sufficiente a pareggiare gli acuti di Ferrari, primo marcatore della nostra storia in un confronto ufficiale, e Kempher. La prima stracittadina era vinta. La leggenda poteva cominciare a costruirsi.

 

Centodieci anni di strada. E di strade. Quando penso al Toro penso anche a queste tante strade diverse. Penso alle piste dell’oceano, a quelle polverose dell’entroterra brasiliano circondate dalle piantagioni di caffè affrontate nel 1914, durante quella che fu la prima tournée al di là dell’Atlantico di una squadra non britannica.

Penso alla strada del colle di Superga, alla folla che s’inerpica verso la Basilica, quel 4 maggio 1949, per capire cosa fosse successo, cosa fosse stato quel boato. Ad attendere la gente, i resti di quel che era stata fino a pochi istanti prima la squadra più forte del pianeta. Non sto a parlare oltre del Grande Torino, tutti noi conosciamo la storia.

Penso a quella strada, corso Re Umberto, sulla quale diciotto anni dopo, mentre il Toro bambino rinato come fenice dalle ceneri di Superga stava tornando maggiorenne, si spezzarono le ali della Farfalla granata, Gigi Meroni.

Poi, affiorano le strade dei ricordi più personali: quella di fronte a quello che sarebbe diventato lo studio di mio padre, dove un amico che oggi non c’è più portò fuori dalla sua enoteca le botti di Barbera per regalare brindisi per la conquista dello scudetto ’76.

Poi sono arrivato io, con le mie strade percorse per il Toro: quella verso l’aeroporto di Caselle, per volare a Highbury: c’era la partita di Coppa delle Coppe con l’Arsenal, quarti di finale… perdemmo uno a zero, avevo quattro anni.

Ricordo bene il parcheggio del Delle Alpi, con ancora a terra le pozze per la pioggia del pomeriggio, che si svuotava mentre cercavamo la macchina dopo un Toro-Resto del Mondo passato a spaventarmi ogni volta che Weah partiva di corsa (vallo a spiegare a un bambino che era solo un’amichevole). Ero alle elementari e non ero andato in gita quel giorno perché pioveva troppo e la mia salute non era il massimo; il giorno dopo, mentre i miei compagni raccontarono in un tema la loro esperienza, io scrivevo della mia partita.

Non dimenticherò mai la mattina di quel 4 maggio 2002, via Filadelfia invasa dalla fiumana granata della Marcia dei Cinquantamila. O la stessa strada qualche anno dopo, con addosso la maglia bianca della Uefa ’92, andando al Fila dopo la vittoria ai playoff di B col Mantova.

 

Quelli del Toro sono centodieci anni di storia e di passione: la passione dei tanti, tantissimi come me o ancor più di me, che per il Toro hanno cantato (quante volte), hanno sofferto (Ravenna, Castel di Sangro, i derby persi all’ultimo secondo…), hanno esultato (in macchina con la mia ragazza dopo il San Mames…)… hanno goduto.

 

Grazie Toro, grazie di tutto. E tanti auguri.

 

 

 

 

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