La questione linguistica in Ruanda


Potreste chiedervi il perché di questo post. Comprensibile, in effetti: di fatto non è un racconto vero e proprio, è più una sorta di lezione, su un argomento peraltro abbastanza ostico. Ma un motivo c'è.


Torno alla memoria al maggio dello scorso anno, quando durante un corso universitario di storia contemporanea ho ascoltato una lezione sul genocidio ruandese del 1994 a cura di Daniele Scaglione, presidente di Amnesty International Italia tra il 1997 e il 2002 e autore di alcuni lavori su questo argomento. Una storia tremenda, quasi incredibile eppur vera, che fino a quel momento conoscevo poco e che sentii il bisogno di approfondire.


La mia prima idea fu quella di realizzare un monologo che raccontasse quanto avvenuto, il perché fosse avvenuta una delle più grandi mattanze della storia umana. Cominciai a cercare materiale, ad approfondire, e passo dopo passo, grazie soprattutto a un testo, un saggio del giornalista americano Philip Gourevitch intitolato, in modo decisamente eloquente, Desideriamo informarla che domani saremo uccisi con le nostre famiglie ho imparato qualcosa di più su questa storia tremenda.


Il lavoro di ricerca mi è tornato utile in questi giorni: infatti, seguendo un corso di lingua e politica francese, mi è stato chiesto di provare a raccontare un po' quanto accaduto, sintetizzando in modo da rimanere nell'arco di tempo del quarto d'ora-venti minuti e focalizzandomi sull'aspetto linguistico. Dato che domattina proverò a esporre il tutto in francese e l'ultima volta che ho parlato in francese davanti a un pubblico è stata nel 2008, chiedendo un cuscino alla reception di un albergo di Parigi, ho voluto postar testimonianza del tutto (in italiano) anche qui. So che è una sintesi stringata e incompleta degli avvenimenti, ma spero possa essere per qualche curioso spunto di riflessione e approfondimento. In ogni caso, consiglio a chiunque fosse interessato il saggio che ho citato poche righe fa, per la sua crudezza, la sua completezza, la sua lucida analisi di una pagina di storia spesso sottovalutata, ma assolutamente agghiacciante.


Il Ruanda è un piccolo paese dell’Africa centrale, compreso tra Repubblica Democratica del Congo (ex-Zaire) a ovest, Tanzania a est, Uganda a nord e Burundi a sud, esattamente lungo il confine tra l’Africa francofona a occidente e quella anglofona a oriente, aspetto che ha fatto maturare in esso delle caratteristiche assolutamente peculiari. Come mai, infatti, uno stato grande come il Piemonte è diventato così importante sul piano internazionale da essere oggetto di questioni che hanno coinvolto, e imbarazzato, alcune delle più grandi potenze mondiali e l’ONU?


La questione linguistica gioca un ruolo importante, anche alla luce delle manovre che, negli ultimi anni, hanno spinto il governo guidato dal presidente Paul Kagame a sostituire il francese con l’inglese come lingua della politica e dell’economia. Francese e inglese, così, sono diventati espressione politica di due fazioni che, dall’alba dei tempi, dividono la società ruandese. Due fazioni trasformate, negli anni del colonialismo, in due etnie esistenti, in realtà, solo sulla carta, caratterizzate dagli stessi costumi, dalla stessa storia, dalla stessa cultura e, soprattutto, dalla stessa lingua, il kinyarwanda, ancora oggi la prima lingua del paese. Per questo si può dire che la questione linguistica sia, principalmente, un fatto politico e non sociale.

Analizziamo nel dettaglio: nell’antichità, il Ruanda era abitato da un popolo di cacciatori pigmei, i Twa, che sopravvivono oggi in una piccola minoranza. Nel IX secolo arrivarono da sud dei coltivatori di etnia bantu, gli Hutu, che s’insediarono. Nel XIII secolo, invece, arrivò da nord, dalla Valle del Nilo, un popolo di allevatori, i Tutsi, che, sebbene inferiori in numero agli Hutu, presero il potere costruendo uno stato solido sotto la guida di un leader, il Mwami. Col passare dei secoli, però, Hutu e Tutsi cominciarono a fondersi insieme e la divisione divenne semplicemente di natura economica e sociale. Un Hutu poteva diventare un Tutsi e viceversa.


Il Ruanda divenne colonia tedesca alla fine del XIX secolo, ma i tedeschi non operarono modifiche significative al sistema politico e sociale ruandese. Furono i belgi, che ottennero il Ruanda dalla Germania con la Pace di Versailles nel 1918, a intervenire, imponendo il francese come lingua della politica e delle scuole e, soprattutto, dividendo in due la società con le carte etniche nel 1934. In pratica, basandosi su misurazioni pseudoscientifiche ispirate da Lombroso e da teorie bibliche sulla supremazia della razza bianca, divisero Hutu e Tutsi, rafforzando il potere dei Tutsi per la loro discendenza egiziana e riducendo gli Hutu in semischiavitù.


Perché allora il francese si può dire essere lingua politica dell’etnia (perché a questo punto era diventata etnia) Hutu? Negli ambienti scolastici, dove si parlava il francese, nacquero i movimenti dell’Orgoglio Hutu che, tra la fine degli anni ’50 e il 1962, anno dell’indipendenza, rovesciarono il potere dei Mwami e cominciarono a perseguitare i Tutsi. Nel 1962 il Ruanda divenne una repubblica indipendente con a capo Gregoire Kayibanda, uno dei leader della rivolta Hutu, che si rivelò però politico capace di mantenere il potere solo alimentando violenza contro i Tutsi, che per questo cominciarono a emigrare in massa verso Burundi e Uganda. Il francese, però, divenne d’importanza capitale a partire dal governo del suo successore, il generale Juvenal Habyarimana, che prese il potere con la forza nel 1973. Per favorire lo sviluppo del paese, e quindi il suo potere personale, Habyarimana scelse di mantenere il Ruanda neutrale nei confronti di Stati Uniti e Russia e si rivolse alla Francia per ottenere sostegno militare e aiuti economici. I rapporti divennero strettissimi, con il Ruanda che divenne una sorta di bandiera del neocolonialismo francese.


Perché, invece, possiamo dire che l’inglese sia la lingua politica dei Tutsi? Dobbiamo tornare agli anni delle fughe dalle repressioni di Kayibanda, quando migliaia di Tutsi fuggirono oltre il confine. Molti si rifugiarono in Uganda, paese anglofono nell’orbita degli Stati Uniti. E proprio dall’Uganda iniziò l’azione del Rwanda Patriotic Front (RPF), un gruppo militare Tutsi guidato dal comandante Paul Kagame, formatosi negli Stati Uniti, che mirava a rovesciare il potere di Habyarimana e rientrare in Ruanda. Le prime azioni, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, vennero combattute con le armi dal governo ruandese, sostenuto dall’esercito francese. La lingua inglese divenne importante per il Ruanda quando Habyarimana decise di portare il paese nell’orbita dell’East African Union, al cui interno l’inglese era la lingua ufficiale.


Il presidente francese Mitterrand cercò a questo punto di convincere Habyarimana a democratizzare il paese, aprendo all’ingresso di posizioni più moderate e a membri dell’RPF nel governo. Per favorire questo passaggio, intervenne anche l’ONU, con una missione chiamata MINUAR che aveva proprio il compito di controllare la situazione e arginare eventuali degenerazioni. La missione, però, non nacque bene: nel 1993, in Somalia, diciotto soldati americani erano morti a Mogadiscio in una missione ONU, e il presidente Clinton decise di ritirare le sue truppe dal contingente delle Nazioni Unite.

Questa situazione non piacque alle frange più estremiste degli Hutu, gli Hutu Power, che iniziarono una propaganda d’istigazione alla violenza contro i Tutsi sfruttando innanzitutto la radio e armando una larga parte della popolazione con un’arma rudimentale, il machete, che sarebbe diventato tristemente famoso da lì a poco tempo.


Si arriva così al 1994: i fatti del genocidio ruandese sono ancora oggi dibattuti, soprattutto in Francia, che si trovò ad avere un ruolo importante. Tutto ebbe inizio il 6 aprile, quando l’aereo che trasportava il presidente Habyarimana venne abbattuto. Questo diede inizio a una carneficina operata dalle frange armate degli Hutu Power, gli Interhamwe, che, con le armi e a colpi di machete, sostenuti da gran parte della popolazione Hutu, uccisero in pochi giorni tra i 500.000 e il milione di Tutsi. La missione ONU non riuscì ad arginare la situazione e si limitò a cercare di salvare gli occidentali in Ruanda dalla violenza collettiva. La Francia intervenne a rallentare l’offensiva delle truppe dell’RPF che premevano al confine con l’Uganda. Quando queste forzarono la resistenza, entrando in Ruanda, migliaia di Hutu fuggirono oltre il confine dello Zaire, ammassandosi in enormi campi profughi.


È a questo punto che il nostro discorso arriva all’attualità: la Francia è ancora oggi spaccata. Inizialmente, la paternità dell’attentato ad Habyarimana venne attribuita all’RPF. Questa è la giustificazione dell’appoggio francese agli Hutu, per difenderli dall’azione dell’RPF che permise ai carnefici di avere il tempo di fuggire e nascondersi nei campi in Zaire. Ancora oggi una parte dell’opinione pubblica francese e della politica vede Paul Kagame come il sanguinario leader di un movimento rivoluzionario, strumento dell’imperialismo angloamericano, ancor più dopo le scelte di cui si diceva all’inizio. Il passaggio dal francese all’inglese di Kagame, infatti, si è tradotto in una rivoluzione, a favore degli Stati Uniti, dei rapporti in politica ed economia estera del Ruanda, oggi aperto all’America e decisamente più chiuso verso la Francia.


A dare una luce nuova, però, sono state numerose inchieste, che hanno messo in luce una verità ben differente: probabilmente a uccidere Habyarimana furono membri dell’Hutu Power, forse addirittura su idea della moglie del presidente, Agathe (che oggi vive in Francia, dov’è fuggita all’inizio delle violenze). Inoltre, è anche emerso che l’ONU fosse stata informata dal responsabile della MINUAR, il generale canadese Romeo Dallaire, della degenerazione della situazione, ma abbia deciso di non intervenire temendo il nascere di una situazione come quella già verificatasi in Somalia. Queste rivelazioni, ovviamente, hanno sovvertito il ruolo della Francia, che è apparsa per parte dell’opinione pubblica sostenitrice di un regime sanguinario e coautrice di una delle pagine più sanguinose della storia recente.


Questa situazione di tensione interna all’opinione pubblica francese è ben schematizzata da un articolo di Christoph Ayad e Philippe Bernard, pubblicato il 26 gennaio 2012 su Le Monde: qui si sostiene infatti che la questione del Ruanda abbia risollevato in Francia la cosiddetta “sindrome di Fashoda”, la tradizionale avversione in campo coloniale tra Francia e Inghilterra (più generalmente mondo anglofono) inaugurata dall’incidente diplomatico avvenuto a Fashoda, in Sudan, nel 1898, simbolo dell’umiliazione della Francia da parte del Regno Unito. L’articolo conclude sostenendo che


Queste tragedie umane hanno in comune il fatto di aver rappresentato una grave perdita di influenza di Parigi in una delle sue zone strategiche. Per schematizzare, gli anti-Kagame riuniscono i sostenitori di una Francia civilizzatrice e senza colpe, assediata dall'imperialismo anglosassone, incaricata di una missione speciale in Africa. I sostenitori della responsabilità della Francia nel genocidio ruandese insistono invece sulla tradizione repressiva del suo esercito, dall'Indocina al Ruanda passando per l'Algeria e il Camerun, e sulla compiacenza della sua classe dirigente nei confronti del colonialismo e del suo rappresentante contemporaneo, la Françafrique.


Certo, sintetizzare questi difficili equilibri politici è molto complesso, e i punti che andrebbero affrontati sono ancora tantissimi, come il ruolo effettivo dell’ONU, quello della Chiesa Cattolica, quello delle organizzazioni umanitarie soprattutto dopo la fine del genocidio.

In questo quadro, la questione linguistica francese/inglese, simboleggiata dal cambio di lingua ufficiale operato da Kagame, è un elemento in un discorso sociale, politico ed economico molto più variegato.

Non bisogna dimenticare un aspetto che penso sia fondamentale: abbiamo parlato del francese come lingua dei genocidaires, così come dell’inglese come lingua della controparte educata in un mondo anglofono come l’Uganda. Tutti i messaggi politici e propagandistici, però, la voce della radio rivolta alla gente, prima arma del genocidio, erano in kinyarwanda. Questo rafforza ancor più quanto detto a proposito della lontananza tra questione linguistica e questione sociale: la società ruandese, nella sua storia, ha sempre avuto come deposito delle sue verità e delle sue decisioni, positive o negative, questa lingua comune.


Il Ruanda oggi, dopo il genocidio, è un paese diverso: spopolato della popolazione precedente, con molti ruandesi morti e molti altri fuggiti e non tornati, è stato ripopolato da persone nate oltre il confine, esuli dei governi Kayibanda e Habyarimana. È uno stato dove metà della popolazione potrebbe aver ucciso una persona e l’altra metà avere motivo di vendetta, ed è per questo sempre sull’orlo di tensioni sociali ancora oggi irrisolte. Un paese costruito su equilibri difficili da capire, secondo i nostri parametri.

Per concludere, allora, volevo citare una frase del presidente Kagame, rilasciata in un intervista al giornalista americano Philip Gourevitch, autore di uno dei più esaurienti saggi sulla questione ruandese, We wish to inform you that tomorrow we will be killed with our families, da leggere per poterla comprendere in maniera più approfondita. Una frase che giustifica, in un certo senso, anche l’imbarazzo occidentale nella gestione della questione ruandese.


Tra il mondo occidentale e il mondo africano ci sono molti mondi di distanza (P.Kagame).



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