Frammenti e fotografie...

Ogni tanto succede di imparare conoscere qualcuno senza averlo mai conosciuto o potuto conoscere. Capita di sentire vicina una persona in realtà lontana, per uno spazio geografico o temporale. Come in questo caso. 

 

Quando Emiliano Leccese, presidente dell'ANCR di Condove e Borgone, chiese a Piero e a me, ormai un po' più di due anni fa, di realizzare qualcosa insieme per il Centenario dallo scoppio della Grande Guerra, il nonno di mia nonna, "Nonno Grant", l'Avvocato Giuseppe Bruno, era per me il semplice protagonista di tanti racconti "di famiglia" e poco più.

 

Oggi, mentre scrivo queste parole, lo immagino come un amico, seduto al mio fianco: ho imparato a conoscerlo ancora ragazzo, quando aveva all'incirca la mia età, giusto qualche anno in più, e si trovava al fronte. Lo conobbi nelle sue fotografie, che raccontavano luoghi che cambiavano continuamente forma, modellati dagli scoppi delle granate e dei proiettili da artiglieria; posti dove oggi si va a far settimana bianca, mentre cent'anni fa erano diventati tombe a cielo aperto.

 

Ho lasciato la Mamma mia è il lavoro più personale che abbia realizzato. Da un lato è stato un tentativo di raccontare una storia universale, quella della Prima Guerra Mondiale. Dall'altro, invece, è una storia di famiglia: è la storia degli umori, delle paure, delle sensazioni di un uomo capitato in una realtà troppo grande e troppo terribile non solo per lui, ma per tutti.

Sono felice che dallo spettacolo, grazie a Sillabe di Sale Editore, sia nato il mio primo libro e che, da qui, mi sia stata concessa la possibilità di provare a raccontare a tutti chi fosse, almeno da quanto compreso dai racconti e dalle testimonianze, questo mio antenato. 

 

Cent'anni fa, il 24 maggio del 1917, probabilmente si trovava nelle trincee corazzate sulle pendici del Monte Piana, il "Monte Pianto" tomba a cielo aperto di migliaia e migliaia di austriaci e italiani. Centodue anni fa la mattanza aveva inizio. "Guerra giusta" o "inutile strage" che fu.

Il ricordo va a tutte quelle persone che non ce l'hanno fatta a tornare a casa, a tutte quelle storie di dolore che i superstiti hanno portato nel cuore. Perché, in tempi bui come quelli in cui stiamo vivendo, il loro sacrificio e la follia di quella guerra non siano dimenticati. 

 

 

 

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