Una Madre

March 8, 2019

Ci urlarono “circolare”, ci urlarono di non fermarci, di non riunirci, di non parlare. Eravamo quattordici, in quel sabato pomeriggio, alle tre e mezza, radunate davanti alla Casa Rosada, in Plaza de Mayo a Buenos Aires. Le guardie ci urlavano di circolare, di non fermarci, ma noi eravamo lì proprio per fermarci, per urlare, per far sentire la nostra voce. Io volevo urlare per il mio Nèstor, che ormai mancava da sette mesi. Sette mesi da quando erano venuti a prenderlo, insieme a Raquel, quegli uomini in divisa, per portarlo chissà dove. Io volevo urlare, noi volevamo urlare, perché fino a quel momento nessuno ci aveva ascoltato: nessuno del governo, nessuno delle istituzioni. Eppure i nostri figli, scomparsi nel nulla, sembravano urlar da ogni dove. Urlare per tornare a casa. Ma no, erano scomparsi: desaparecidos.

 

Ci urlavano di circolare, di non fermarci né raggrupparci, ma noi non volevamo andare da nessuna parte e volevamo restare insieme, volevamo urlare insieme il nostro dolore, la nostra angoscia. Così, circolammo, ma senza muoverci, attorno alla piazza, senza far troppo rumore, ma cercando di essere, nella nostra calma, assordanti. Come il silenzio che ci avvolgeva. Tutte madri, madri ai quali erano stati strappati i figli, madri che non conoscevano il destino dei loro figli. Cominciammo a marciare, prima quel sabato, poi il venerdì dopo, poi tutti i giovedì, alle tre e mezza, la nostra ora del dolore. Cominciai a sbattere in faccia a politici, militari ed ecclesiastici conniventi quelle verità che nessuno voleva dire: cominciai a parlare dei campi di concentramento, delle sparizioni. Cominciai a sbugiardare, insieme con le altre Madres, le loro bugie. Continuammo a farlo fino a quel 10 dicembre, continuammo a chiedere a Videla e a tutti coloro che gli fossero vicini e che sapevano qualcosa che cosa fosse successo ai nostri ragazzi.

 

Il 10 dicembre 1977, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, decidemmo di pubblicare sui quotidiani di Baires i loro volti e i loro nomi, perché giustizia fosse fatta. Come fosse una pubblicità, comprammo uno spazio e pubblicammo.

 

Così, vennero a prendermi, nella mia casa di Avellaneda. Mi presero uomini armati e mi portarono via, in uno dei campi dei quali avevo tanto denunciato l’esistenza. Due giorni prima gli uomini armati avevano raggiunto altre due madri e, come me, come i nostri figli, le avevano portate via. Chissà quando, chissà come anche noi finimmo in fondo al mare. Ma la nostra battaglia non sarebbe finita lì: altre madri dopo di noi avrebbero lottato per la verità. Il mare restituì il mio corpo nel marzo. Mi avrebbero riconosciuta solo nel 2005, in un mondo ormai diverso e libero. Oggi riposo ai piedi della Piramide di Maggio, al centro della Plaza de Mayo dove tutto era cominciato.

Sono stati i miei figli, Pedro, Adrian, Cecilia, a volere che le mie ceneri fossero deposte qui.

 

Néstor è con me, al mio fianco.

 

La storia di Azucena Villaflor, una delle fondatrici dell'associazione delle Madres de Plaza de Mayo a Buenos Aires, tratta da F (Storie di Donne)

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