A cena con il Conte

January 5, 2020

Borgone di Susa (TO), 21/9/2019

A CENA CON IL CONTE

Racconti di (un) palazzo

 

 

Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa.

 

Cesare Pavese

 

Lavorando alla serata di oggi ho pensato che queste poche, semplici parole di Cesare Pavese potessero calzare per introdurre ciò di cui parleremo. Parleremo di un luogo, infatti. Il gioco, però, sarà presentare non solo il luogo così come lo vediamo adesso, così come lo vede ciascuno di noi oggi qui, oppure come lo vive la mattina quando si viene a sbrigare una pratica, a cambiare la foto della carta d’identità, che tanto alla fine non ci somiglia mai davvero, o ancora quando si aspetta il proprio turno in sala d’aspetto, quel luogo che possiamo respirare, toccare, osservare.

 

Pensa a quanti luoghi ci sono nel mondo. Luoghi che appartengono a qualcuno e che qualcuno ha nel sangue: qualche anno fa a Condove (io sono condovese) iniziò il restauro di quella che, per abitudine, si chiamava la “Chiesa Vecchia”. Per due secoli e mezzo su quattro della sua storia la “Chiesa Vecchia” era stata la parrocchiale di Condove, San Pietro in Vincoli, prima di conoscere un progressivo declino e abbandono. Bene, quando si presentarono i lavori del restauro ed ebbi il piacere di intervenire si parlò, come stasera, di un luogo e parlandone uscirono storie, nomi, persone, volti che sembravano coperti dalla polvere del tempo. Persone che quel luogo, in altri anni, l’avevano avuto nel sangue e che a quel luogo avevano regalato una storia che va oltre i mattoni, le pietre, il legno. Una storia umana.

 

Così come la Chiesa Vecchia di Condove, anche queste stanze hanno una lunga storia umana. Perché quello che oggi è il Palazzo del Comune, il Municipio, quel luogo dove si sbrigano le pratiche e si viene condannati a esibire per dieci anni foto orribili sul proprio documento d’identità, non è sempre stato così.

 

Dobbiamo tornare indietro per vedere l’inizio della storia di questo luogo come Palazzo Comunale, ma ci renderemo conto che, a quel punto, gran parte del cammino era già stata percorsa.

 

 

LA TORRE ANTICA

 

Fino a poco più di un secolo fa, la comunità borgonese possedeva un edificio non lontano da qui, la cosiddetta Torre Antica. La Torre Antica apparteneva alla comunità da secoli e qualcosa di lei è rimasto, si vede ancora in quell’edificio sulla sinistra della Piazza Centrale, quando da Condove si viene in Piazza Montabone. Sulla destra la panetteria e sulla sinistra questa casa un po’ più alta delle altre, con una prima base diagonale, una specie di scarpa. Bene, quella da secoli era una proprietà della comunità borgonese, forse aveva persino ospitato in tempi antichi il castellano del paese. Aveva però un problema, che ormai da secoli affliggeva la comunità: lo spazio. Già alla fine del Settecento, più precisamente dal novembre del 1779, si cercava di ovviare a questo problema, ampliando la struttura di una camera per, come cita un documento del 24 novembre 1779, il “riadattamento dell’archivio o camera del consiglio della Comunità di Borgone”.

 

La soluzione, però, non si rivelò sufficiente, era una specie di pezza, tanto che il problema dello spazio rimase annoso per tutto l’Ottocento. A un certo punto si provò pure ad affittare ad altri quella Torre Antica così stretta e scomoda, composta di “un vano al piano terreno e un altro superiore”, locale peraltro non adatto “ad alloggio e tanto meno a negozio”, ma si presentò un unico candidato alla porta, tal Mario Martin. Non per particolare interesse: semplicemente, era il proprietario delle case attorno.

 

Il problema dello spazio si sarebbe risolto solo nel 1901. La soluzione, in realtà, era sempre stata vicina: questo palazzo. Quello in cui siamo noi stasera. Che c’era già, e aveva già una lunga storia da raccontare.

 

Questo palazzo era già qui da un bel po’: riavvolgiamo il nastro del tempo, perché la nostra storia inizia nel Seicento. Un secolo impegnativo, per la valle e non solo.

 

 

DALLE ORIGINI DEL FEUDO AI CHIABERTI

 

E dire che il Seicento in valle era cominciato con grandi feste! Tra tutte, però, nessuna fu sontuosa quanto quella organizzata sulle sponde del Lago del Moncenisio il 10 novembre 1619. L’occasione era solenne: il passaggio nell’itinerario da Chambery a Torino dei due novelli sposi, il principe Vittorio Amedeo di Savoia e la principessa Cristina di Borbone. I due, addirittura, sostarono sulle sponde del lago, dove trovarono ad accoglierli un sontuoso palazzo di legno, con pareti, finestre e tutto il resto. Una struttura effimera, fatta costruire per l’occasione su progetto dell’architetto di corte, Carlo di Castellamonte. Il Castellamonte, per l’occasione, era stato non solo architetto, ma anche organizzatore di spettacoli: nel palazzo di legno sulle sponde del lago, infatti, i novelli sposi non avrebbero solo passato la notte, ma dalle sue finestre avrebbero assistito a uno spettacolo irripetibile, con la regia proprio del Castellamonte: una battaglia navale che avrebbe avuto luogo nelle acque del lago, rievocazione di una leggendaria impresa sabauda risalente all’inizio del ‘300: l’intervento dell’esercito di Amedeo V a Rodi assediata dai Turchi. In pratica, quattro squadre dovevano lottare per la conquista dell’isoletta in mezzo al lago, raffigurante ovviamente Rodi e, per l’occasione, sfarzosamente decorata con mura di cartapesta. La battaglia, ovviamente, avrebbe avuto delle fasi: prima, la lotta in acqua, su zattere trasformate in galere e recanti le bandiere sabaude. Poi, la conquista spanna a spanna dell’isola, con profusione di fuochi d’artificio a simulare i combattimenti e il balenare delle fiamme.

 

Che esagerazione, si potrebbe dire! Però, è il caso di dirlo, nozze del genere meritavano d’essere celebrate con sfarzo. In fondo, suggellavano una nuova alleanza politica, quella tra il Ducato di Savoia e il Regno di Francia, con il duca Carlo Emanuele di Savoia che si schierava nuovamente a fianco della potenza transalpina dopo il conflitto che aveva diviso i due stati all’inizio del secolo, con la Guerra franco-savoiarda per il controllo del Marchesato di Saluzzo. Una delle tante guerre minori dell’età moderna, conclusasi in un nulla di fatto con il Trattato di Lione del 1601.

 

La storia dell’età moderna, però, è tutto un susseguirsi di conflitti, riappacificazioni, alleanze e ribaltoni, che presto avrebbero riportato Francia e Savoia l’una contro l’altra. Nel 1630, ad esempio, i Savoia sostennero il partito spagnolo nella successione a Duca di Mantova di Ferrante II Gonzaga contro la parte francese che sosteneva invece quello che era il Duca de facto Carlo I. Risultato? L’esercito di Luigi XIII scese in valle e non solo sbaragliò le forze piemontesi, ma portò con sé quella tremenda pestilenza che tra il 1630 e il 1631 decimò la popolazione, una pestilenza di cui oggi ancora si vedono i segni nelle numerosissime dedicazioni a San Rocco e San Sebastiano di cappelle e chiese risalenti agli anni immediatamente successivi.

 

Un nuovo scontro tra Francia e Savoia, poi, sarebbe stato alla fine del Seicento. Ed è qui che arriviamo, finalmente, dopo questo preambolo, a Borgone e al suo palazzo. In realtà Borgone, in un certo senso, era stata uno scenario a suo modo coinvolto in questi grandi sommovimenti che avevano scandito il secolo del Barocco. In fondo, era sempre stata uno scenario coinvolto nel moto di passaggio che attraverso la Val di Susa collega la Francia e l’Italia e viceversa. Innanzitutto, per la conformazione geografica del territorio: qui la valle, infatti, si stringe ed è così possibile passare da una sponda all’altra della Dora. Prima lo si faceva con un battello, un passaggio di barche all’altezza della Giaconera, quindi con un ponte di legno.

Questa località di passaggio che era Borgone, per secoli, era stata un feudo. Prima apparteneva all’Abbazia di San Giusto, come molti altri feudi in valle. Poi sarebbe passato per le mani di diverse famiglie: i Beauvoir, che lo acquisirono da San Giusto nel 1354, poi i Roero di Susa, con il primo Signore della famiglia, Bernardo Roero, investito della carica nel 1455. Bernardo Roero, peraltro, era figlio del già Signore di San Didero e Villar Focchiardo Francesco Roero. Dopo i Roero vennero i Balbi. Nel 1520, infatti, fu Nicolò Balbi, consigliere fidato dell’allora duca Carlo III, ad acquistare il feudo. La famiglia l’avrebbe mantenuto fino al 1618, l’anno prima della fastosa festa del Moncenisio di cui abbiamo parlato, quando passò in mano a Chiaberto dei Chiaberti. Questi era un torinese, un consigliere procuratore patrimoniale che possedeva già altri feudi, in particolare parte di Rodoretto, nel comune di Prali, e della Valle di San Martino, quella che oggi è la Val Germanasca.

 

La famiglia dei Chiaberti resse Borgone più o meno fino alla fine del secolo. L’ultimo erede, Giovenale Chiaberti, si trovò a vivere un momento molto difficile della storia della nostra valle. Ancora una volta, tutto si giocava sull’equilibrio tra Savoia e Francia e su quel passaggio che in tempo di pace significava feste e in tempo di guerra passaggio di eserciti.

 

 

I GROPELLO

 

Per fronteggiare lo strapotere del più grande tra i sovrani francesi, Luigi XIV, il Re Sole, nel 1686, su iniziativa del Sacro Romano Imperatore Leopoldo I d’Asburgo era stata fondata una lega, la Lega di Augusta, che metteva insieme alcune delle principali potenze dell’epoca, dall’Olanda, che all’epoca si chiamava Repubblica delle Sette Province Unite, all’Impero alla Spagna. Tre anni dopo si sarebbe aggiunta anche l’Inghilterra, alla fine della Gloriosa Rivoluzione. Scelta ovvia: a quel punto, infatti, il nuovo re inglese era lo stesso Guglielmo d’Orange che aveva promosso quattro anni prima l’ingresso dell’Olanda. Quest’alleanza, in ogni caso, che dal 1689, con l’ingresso dell’Inghilterra prese il nome di Grande Alleanza, serviva a far cerchio attorno al Re Sole e tra i firmatari c’era anche il Ducato di Savoia guidato dal Duca Vittorio Amedeo II. Il problema, però, è che Vittorio Amedeo non aveva ben valutato le forze che poteva schierare effettivamente in campo senza gli aiuti degli alleati, considerato soprattutto di aver di fronte la più grande potenza dell’Europa continentale. Così, come dicevamo, da quei valichi che portavano festa in tempo di pace ancora una volta discesero gli eserciti. In particolare, quello guidato da Nicolas Catinat de la Fauconnerie. Catinat era una vecchia conoscenza di Casa Savoia: nel 1686, infatti, era stato lui a coadiuvare le truppe sabaude nelle campagne di persecuzione valdesi in Val Germanasca, massacrando almeno sessanta persone a Balziglia il 17 maggio 1686.

 

Il suo 1690 iniziò male: ancora una volta, infatti, si trovò sui monti della Val Germanasca a fronteggiare i valdesi alla guida di un vasto esercito, almeno quattromila uomini, ma ebbe la peggio, fermato da una bufera di neve e dalla coraggiosa azione di trecentosettanta combattenti protestanti. Intanto, come visto, il tourbillon delle alleanze si stava rapidamente compiendo e l’Europa stava entrando in un nuovo, violento conflitto, passato alla storia come la Guerra dei Nove Anni, o Guerra della Grande Alleanza. Insomma, Francia contro tutti. Catinat, anche per la conoscenza del teatro di guerra, fu incaricato di occuparsi del fronte piemontese. Il suo esercito giunse come un temporale sulle valli: ancora oggi si vedono, ad esempio nelle rovine del castello di Avigliana, i resti del passaggio di Catinat, che si dimostrò tanto abile a condurre l’operazione quanto spietato nel realizzarla. Le campagne furono messe a ferro e fuoco, la resistenza sabauda annichilita.

 

Anche la Valsusa, come detto, fu coinvolta: le truppe, di ritorno dalla vittoriosa Battaglia di Staffarda, assaltarono i castelli di San Giorio, Rivoli e Villardora. Il castello di Avigliana fu raso al suolo, affinché non potesse essere usato in futuro come fortilizio.

 

Proprio dalla città dei due laghi proveniva il personaggio che, almeno materialmente, permise di risolvere quella situazione tanto complessa e che, casualmente, è anche uno dei grandi protagonisti di questo racconto legato all’edificio in cui ci troviamo. Si chiamava Giovanni Battista Gropello, di professione notaio, dal 1692 referendario della provincia di Susa e uomo vicino al Duca Vittorio Amedeo II. Tanto vicino che nel 1693 questi gli offrì un incarico tanto rischioso quanto importante. Vittorio Amedeo, infatti, si era reso conto che la guerra non avrebbe potuto portar nulla di buono al Ducato. Da una parte, Catinat si era dimostrato inarrestabile e aveva messo in ginocchio città e campagne. Dall’altra, però, gli stessi alleati si erano dimostrati, impegnati com’erano su altri fronti, ben poco propensi a offrire uomini e sostegno a Torino per difendersi dall’uragano francese. Così il Duca si era trovato a riflettere su cosa fosse più conveniente per ottenere quel che in fondo voleva dal momento in cui aveva firmato la sua adesione alla Grande Alleanza: fondamentalmente, il suo obiettivo era Pinerolo, che in quegli anni apparteneva ai francesi. Nel 1693 il quadro era ormai chiaro: avrebbe potuto ottenere Pinerolo ugualmente decidendo di uscire dall’Alleanza e patteggiando con il Re Sole, grazie all’intermediazione dello stesso Governatore di Pinerolo, il Conte di Tessè. Già, ma come fare? Era impensabile ribaltare così alla luce del sole un’alleanza senza conseguenze immediate. Oltretutto, in quella stessa primavera del 1693 le truppe sabaude, insieme a contingenti alleati, stavano per cingere d’assedio Pinerolo. Qualcuno avrebbe dovuto recarsi in gran segreto dentro le mura di Pinerolo per trattare. E quel qualcuno sarebbe stato proprio il Gropello. Giovanni Battista Gropello, almeno stando alle descrizioni, era un uomo dai tratti ruvidi, duri. Un uomo di campagna. Una “faccia da villano”: così lo definì il Conte di Tessè quando osservò per la prima volta lo stratagemma tentato dal notaio aviglianese per eludere la sorveglianza. Decise di muoversi alla luce del giorno, smettendo gli abiti dell’intendente regio per indossare quelli ben più malconci di un contadino. Con il viso da villano che si trovava, quegli abiti gli donavano. Tanto che più volte si mosse dentro e fuori la città assediata, lungo tre anni di trattative. Nel 1696 il Ducato di Savoia e la Francia del Re Sole, infatti, firmarono una pace separata: la Francia guadagnava un alleato sottraendolo alla fazione avversa, mentre i Savoia ottenevano Pinerolo. Era la fine di agosto e la carriera del Gropello era destinata a decollare. E be’, Borgone fu una tappa cruciale di questa carriera.

 

Tra l’agosto e il settembre del 1696, infatti, il signore di Borgone, Giovenale Chiaberto, versava in pessime condizioni di salute, un’infermità che presto l’avrebbe condotto nella tomba. Da un mese almeno era costretto a letto, condizione che l’aveva convinto, o meglio costretto, all’alienazione dei suoi possedimenti anche solo per poter sopravvivere alla devastazione anche economica determinata dal passaggio sui suoi territori di Catinat e dei suoi. Il Chiaberto conosceva Gropello, era in confidenza con lui: gli aveva già proposto in passato, in cerca di sostentamento, di acquistare “beni feudali ed ogni altra cosa dipendente del medesimo feudo di detto Borgone”, ma Giovanni Battista, dal canto suo, aveva sempre nicchiato. In quel settembre, però, le cose andarono diversamente: il Gropello era sulla strada verso la Savoia, così decise di fermarsi a Borgone. Lì venne a sapere che Giovenale Chiaberto era ormai in fin di vita. Così si recò da lui e quando il feudatario gli rinnovò la proposta, l’uomo delle trattative di Vittorio Amedeo questa volta accettò. L’atto fu stipulato senza Giovenale Chiaberto, che a causa della grave infermità chiese alla moglie di sostituirlo, e nella vendita era compreso anche “il palazzo con sua dipendenza situato in questo luogo di Borgone come dipendente dal detto feudo”. Acquistato il feudo, Giovanni Battista Gropello ottenne il titolo di Conte di Borgone il 29 agosto 1699, investito dal Duca di tale carica per suggellare la sua ascesa ai più alti ruoli istituzionali, in particolare quello di Generale delle Finanze.

 

In un certo senso, Giovanni Battista Gropello, conte di Borgone, rinnovò lo stato sabaudo. La guerra, infatti, non solo aveva seminato morte e devastazione, ma aveva dissanguato le casse dello stato. Serviva allora un nuovo sistema amministrativo per controllare i tributi, per garantire gli approvvigionamenti: l’idea era basarsi sul modello francese dell’intendente, ovvero funzionari che si occupassero capillarmente di tutte queste funzioni. In Francia l’intendente era una carica ereditaria, ma in Piemonte no, era venale: era un funzionario dello Stato incaricato di controllare, e denunciare in caso d’irregolarità, il funzionamento dei vari enti locali. Se la Francia era immensa e controllare gli intendenti estremamente complicato, il Ducato di Savoia era tutt’altra cosa. Gli intendenti erano più vicini, più facili da tener d’occhio: fondamentale tutto questo per realizzare la “missione” del Duca e del suo Generale delle Finanze, ovvero scardinare i privilegi. Si usciva da sei anni di occupazione francese, Vittorio Amedeo voleva controllo per scardinare le infedeltà, per regolare conti con chi si era macchiato di crimini durante la guerra. Così fu istituito un tribunale speciale, con a capo proprio Gropello, e si decise di istituire anche in Savoia come in Piemonte una registrazione obbligatoria degli atti notarili. Solo notai ufficiali. Controllo, per riequilibrare uno stato dissestato. Per riequilibrare un sistema funestato da squilibri, sperequazioni e scarsa redistribuzione. I venticinque anni in cui Giovanni Battista Gropello rimase al servizio di Vittorio Amedeo furono anni d’impegno per riassettare i bilanci delle comunità locali, con l’obiettivo di creare una base fiscale che fosse solida ed elastica.

 

L’impresa di una vita, è il caso di dirlo: lasciato il servizio, infatti, il Conte morì pochi anni dopo a Torino, il 28 agosto del 1722. I funerali solenni furono celebrati in Duomo.

 

Alla sua morte, il Conte di Borgone aveva regalato non solo un nuovo sistema tributario allo stato, ma anche un nuovo palazzo al suo contado. Questo palazzo. La costruzione di questo palazzo, verosimilmente, iniziò alla fine del Seicento, dopo l’acquisto del feudo da Giovenale Chiaberto. Probabilmente fu una ricostruzione, a partire da un palazzo preesistente che è citato nell’atto di vendita del feudo.

 

La struttura di Palazzo Gropello, probabilmente, non doveva essere molto diversa da quella che ancora oggi osserviamo da Piazza Montabone: una manica rettangolare, con il lato lungo utilizzato come facciata e a metà lo scalone di pietra che noi tutti abbiamo salito per arrivare qui. Oggi vi arriviamo dalla piazza, ma all’epoca doveva presentarsi molto diversamente: al posto della piazza, infatti, c’era un meraviglioso giardino, sullo stile in voga a quell’epoca. Il palazzo, che era al centro del sontuoso giardino, si elevava di due piani, con un seminterrato dove si trovavano la cucina e il forno per il pane. Al piano terra, il porticato, frutto di rimaneggiamenti lungo gli anni: il soffitto a cassettoni, ad esempio, risale agli inizi del Settecento. Il piano nobile, ovviamente, era quello sovrastante, dove si trovavano gli ampi saloni che, prima della conversione a uffici comunali e a sala consiliare, accolsero i ricevimenti dei Gropello prima e dei nuovi proprietari del palazzo dopo.

 

Già, perché la storia non si esaurì con l’acquisizione del feudo da parte dei Gropello, ma ovviamente continuò, scivolando tra pieghe insidiose e complesse, ancora una volta legate a quel passaggio che è la nostra valle. Il vento del cambiamento, tanto per cambiare, scivolò ancora una volta da ovest, dalla Francia.

 

La famiglia Gropello, alla morte di Giovanni Battista, continuò a reggere il feudo, prima con Giuseppe Domenico, quindi con Giambattista e infine con Giuseppe Leopoldo. Giungiamo così all’ultimo ventennio del Settecento e il mondo, tra gli anni ’80 e gli anni ’90 del Settecento, era sull’orlo di un precipizio.

 

Il 20 giugno del 1789 a Versailles, gli esponenti del Terzo Stato, lasciati in minoranza nelle decisioni dal voto per classe che arrideva ai gruppi di Nobiltà e di Clero, che pure rappresentavano un’esigua minoranza della popolazione francese, si autoproclamano Assemblea Nazionale, giurando nella stanza della reggia in cui si praticava il gioco della pallacorda, una sorta di antenato del tennis. Il Giuramento della Pallacorda segna l’inizio della primissima fase della Rivoluzione Francese, che entrerà nel vivo qualche giorno dopo, quando il popolo di Parigi, il 14 luglio 1789, mise mano alle armi assaltando la Bastiglia. Non temete, non voglio raccontarvi la Rivoluzione Francese. Ci serve solo ad arrivare ancora una volta qui. Perché quel che è certo è che i fatti parigini generarono situazioni di tensione immensa, tanto tra i rivoluzionari, con le varie correnti che si susseguirono alla guida della Rivoluzione adottando talvolta metodi più che spietati, quanto nell’intero mondo di antico regime.

 

La condanna alla Rivoluzione, soprattutto dopo l’esecuzione di Luigi XVI avvenuta il 21 gennaio del 1793 in quella che oggi è Place de la Concorde a Parigi, fu unanime. Condanna unanime significò, ancora una volta, guerra. Inizialmente gli eserciti europei ebbero la meglio su un esercito rivoluzionario composto da volontari, molti privi di preparazione militare e che volava principalmente sulle ali dell’entusiasmo. Presto, però, le cose cambiarono e cominciò a brillare, in particolare, la stella di un generale di brigata di origini corse, che era divenuto comandante dell’Armata d’Italia il 27 marzo 1796. Tenete d’occhio le date: neanche un mese dopo, il 21 aprile, il Regno di Sardegna capitolava sotto i colpi di Napoleone. I venti rivoluzionari abbatterono presto quel che rimaneva dell’antico regime, compresi i vecchi feudi: Giuseppe Leopoldo Gropello, l’ultimo conte di Borgone a possedere il palazzo, si convinse a vendere buona parte dei beni immobili e mobili, dei terreni e delle vigne che possedeva nel suo feudo. Anche il palazzo, così, passò nelle mani della famiglia che l’avrebbe poi lasciato alla comunità borgonese, ovvero la famiglia Montabone.

 

 

I MONTABONE

 

L’8 febbraio 1798 Carlo Andrea Montabone di Avigliana entrò in possesso di Palazzo Gropello, che sarebbe così diventato Palazzo Montabone.

 

Chi era Carlo Andrea Montabone?

 

Di Carlo Andrea Montabone parla nella sua biografia, Il mio individuo ed altre memorie, Norberto Rosa. Il Montabone, infatti, è protagonista di un ricordo d’infanzia ad Avigliana. Si era nel pieno dell’età napoleonica: alcuni soldati francesi, appartenente a un battaglione di passaggio, si erano radunati in quella che oggi è Piazza Conte Rosso, davanti al pozzo. Le parole di Norberto Rosa ci portano al centro di quella situazione:

 

Distribuiti e trovati gli alloggiamenti, i soldati si erano come di solito sbandati qua e colà per il paese, e non pochi erano capitati sulla piazza e ne avevano contemplato il mirabile pozzo.

Due di loro però non si erano limitati a contemplarlo, ma cominciarono a gettarvi dentro de’ sassolini per misurare il tempo che impiegherebbero a calare a pelo d’acqua. Dai sassolini erano poi facilmente passati ai sassi e da questi ai macigni, tanto che le circostanti case, fra cui quella di mio nonno, ne rimasero intronate orrendamente.

“Nonno! Che è questo rumore?”, gli chiesi io, stringendomi tutto tremante alle sue ginocchia.

“Sarà qualche malnato di Cravotto (con questo traslato si designavano allora i francesi) che si diverte a gittar sassi nel pozzo della piazza”.

E presomi per mano e venuto sulla porta di casa intimò ai due di ritirarsi, cantando loro un’antifona che la più bella non è in tutto il messale.

Ma fu come parlare ai sordi! Anzi, fu peggio che se avesse taciuto, perché quei due tristi, avendo scorto a breve distanza dal pozzo un macigno smisurato, si diedero a farlo rotolare, e alzatolo poi di terra con molta fatica, lo posarono sull’orlo del pozzo e con una spinta lo mandarono giù.

Ma non andarono a Roma a pentirsene; imperoché il macigno non era peranco arrivato in fondo al pozzo, che una mano di ferro li abbrancò tutti e due al colletto dell’abito, e sollevatili di terra come due gatti e sbattutene per bene le due teste l’una contro l’altra, li lasciò quivi che parevan aver nell’orecchie tutte le campane della cristianità.

Erano le cinque, anzi le dieci dita di mio nonno[1].

 

Facciamo così la conoscenza del ruvido e fumantino nonno di Norberto Rosa, incaricato di sorvegliare quello che era il pozzo della piazza. I due malmenati, una volta ripresisi, decisero di passare momenti migliori all’ombra delle falde del castello: quando però i due non risposero all’appello poco dopo, altri soldati prima riportarono di averli visti gettare sassi nel pozzo, poi altri ancora aggiunsero che

 

Un brigand de piémontais, grande così, grosso così, con fibbie alle scarpe, calzetti e panciotto bianchi, brache nere all’ucelliera, abito color marrone a larghe falde, zabò, codino e cappello a lume, era uscito dalla tal porta della tal casa e dopo aver indarno dissuaso que’ due dal gittar sassi nel pozzo, aveva tentato di gettarveli essi medesimi[2].

 

Un vero e proprio affronto, insomma. Che sarebbe stato punito. Quel che è certo è che le dieci dita del nonno di Norberto Rosa avrebbero passato brutti momenti, non fosse stato per l’unica persona capace di calmare la furia francese. Quella persona era proprio Carlo Montabone. Il Rosa lo racconta così. Innanzitutto, ce lo descrive:

 

Carlo Montabone era piccolo di statura e secco di corpo: ma tanta maestà e tanta fierezza avea nel volto, ma l’anima sua era di una tempra così gagliarda che vi forzava a rispettarlo e quasi a temerlo[3].

 

Quindi ci racconta qualcosa di lui.

 

Da questo punto noi cominciamo a conoscere Carlo Montabone, l’uomo in cui il mio nonno aveva riposto ogni sua fiducia. Venuto egli a dimorare in Rivera, villaggio a non molta distanza d’Avigliana sulla sponda sinistra della Dora, ecco che in capo a brevissimo tempo noi lo veggiamo padrone d’un discreto peculio, frutto della sua intelligenza e delle oneste sue fatiche[4].

 

Poi, la vera svolta nella vita di Carlo Montabone: Napoleone!

 

Sopravvennero i tempi napoleonici e il nostro Carlo a cui vasti disegni troppo angusto campo era l’umile terra di Rivera, valicò la Dora, anzi il Rubicone, e venne a stabilirsi in Avigliana, dove l’animo suo intraprendente, la sua solerzia, l’ingegno suo naturale, il suo spirito d’ordine e di ben intesa economia, la sua perspicacia (qualità tutte quante che in lui erano grandissime) subirono uno sviluppo piuttosto unico che raro. Nissuna meraviglia pertanto se in Avigliana lo troviamo di subito associato nelle imprese delle sussistenze militari, poi impresario in capo di quelle, poi acquistatore di beni nazionali, poi mano mano proprietario di molini, di case, di palazzi, di castelli e di poderi estesissimi, e finalmente diventato il più ricco e potente personaggio che allora vantasse la provincia di Susa[5].

 

Eccolo qui, il nostro Carlo Montabone: un self-made man, un uomo capace di costruirsi una fortuna anche grazie ai venti rivoluzionari, di rilevare ed acquistare proprietà in tutta la valle, compresi la cascina della Giaconera e, quattro anni dopo, i terreni feudali dei Gropello. Un uomo capace di diventare potente. Potente e autoritario.

 

E come alle ricchezze tengono dietro gli onori, ecco il nostro signor Carlino (così lo chiamavano) innalzato ben tosto all’importante carica di Maire di Avigliana, carica nel quale egli durò quanto Napoleone I sul trono di Francia, e che sostenne mai sempre (vaglia il vero anche qui) con un decoro, con una fermezza di proposito e con una sapienza molto al dissopra dell’ordinario, abbenché quando non più giovine veniva in Avigliana, fosse di lettere poco men che digiuno[6].

 

Tra i vari ruoli, il Montabone, proprio per la carica che rivestiva, fu chiamato anche a un grande onore per lui. Ospitò nella sua dimora, infatti, Papa Pio VII quando questi fu portato in Francia nel 1809. Il 17 maggio di quell’anno le truppe napoleoniche avevano dichiarato lo Stato Pontificio annesso all’Impero francese, suscitando la sdegnata reazione del pontefice, che scomunicò tutti i responsabili del sopruso. Non citò mai direttamente Napoleone, ma è chiaro che il Grande Corso era il primo della lista. La risposta dell’Imperatore non tardò e il 6 luglio Pio VII fu arrestato di mattina presto in Quirinale e inviato così sotto scorta prima a Firenze, quindi a Pisa, Sarzana e lungo la costa ligure. Nei giorni successivi, il prigioniero fu condotto ad Alessandria, quindi a Rivoli e in Val di Susa. Proprio in questa tappa del suo passaggio si trovò alla porta di Casa Montabone. Il Rosa racconta questo aneddoto a partire da una figura vicina a Carlin, ovvero Fra Giuseppe, già cuoco del convento cappuccino che il Maire aveva voluto al suo fianco dopo la soppressione dell’istituto religioso.

 

Carlo Montabone tra tutti i mobili del convento prescelse il cuoco!

Mi par tuttavia di vederlo fra Giuseppe con quella sua schiena piatta, con quel suo collo in alto e con quelle sue braccia allungate, in atto di chi attende un vostro ordine.

“Fra Giuseppe, oggi avremo a pranzo l’ispettore generale dei foraggi. Sai che questa gente mangia molto, ma molto. Avrai tu qualche cosa da darci?”

E fra Giuseppe:

“Vedremo che abbiano da mangiare tutti e due”

“Fra Giuseppe, un Maresciallo dell’Impero sta per arrivare. Posso io offerirgli una zuppa?”

E fra Giuseppe:

“Procureremo di non far la zuppa nel paniere.”

“Fra Giuseppe, un onore come non si può immaginare! Pio VII per la grazia di Dio felicemente regnante è tradotto in Francia con accompagnamento di cardinali e gendarmi. Saresti tu uomo da imbandirgli la mensa?”

E fra Giuseppe:

“Faremo in modo che Sua Santità non ci scomunichi”.

E Pio VII, grazie ai vedremo, ai procureremo, ai faremo di Fra Giuseppe, veniva convenientemente ospitato dal nostro Maire, il quale ne riceveva in corrispettivo non sappiamo quante sacca d’indulgenze plenarie[7].

 

Eccolo, dunque, il nostro acquirente. Tranquilli, ovviamente riuscì a risolvere anche il problema del nonno del Rosa: si precipitò sulla piazza, affrontò i soldati invocando la pace, per il bene dell’intera comunità, perché se il piemontais era stato un brigand, i soldati volevano essere peggio di lui? Così, quella che poteva essere una tragedia comune in tempi difficili, fatti di guerra e di gazzarre, si risolse con strette di mano e copiose bevute. Perché, ormai è chiaro, al desco di Carlin Montabone qualcosa si trovava sempre.

Se il desco aviglianese, dove il Montabone risiedeva, era così imbandito, non da meno doveva presentarsi in quel periodo il palazzo da villeggiatura che aveva acquistato dai Conti di Borgone. Quello che era ormai a tutti gli effetti Palazzo Montabone si avviava all’ultima fase privata della sua storia. Una residenza che rimaneva fastosa e ricca, come ricordano alcuni documenti che ce lo descrivono lungo l’Ottocento.

 

Il signor Montabone possiede ivi un elegantissimo caseggiato di villeggiatura; e l’eleganza del vasto e ricco giardino corrisponde a quella del caseggiato che vi sta in mezzo. Il giardino è cinto e circondato dai quattro lati da un muro non più alto di quanto la sicurezza della villeggiatura richieda. Dalle finestre del primo piano superiore più elevate del detto muro si gode il prospetto verso levante della nostra bellissima capitale [cioè Borgone] e dei superbi colli che la coronano.

 

Al piano nobile, come già negli anni dei Gropello, c’erano le sale di rappresentanza, queste sale, che ospitavano balli, ricevimenti e salotti che avvicinavano la famiglia valsusina con le élite sabaude e francesi.

Il nome dei Montabone, però, seppur impegnato in questi contatti internazionali, seppe legarsi alle vicende della Borgone ottocentesca. Era un Montabone, Michele Andrea, colui che il 15 aprile 1855 fondò, rivestendone anche la carica di presidente, la Società Filarmonica Borgonese. Alla Società Filarmonica è legato anche il nome dell’ultimo proprietario di Palazzo Montabone, il cavalier Enrico Montabone. Questi era capitano delle Regie Cacce, ovvero un funzionario che si occupava di custodire e conservare la caccia nei luoghi di riserva disseminati nelle varie province del Regno. Ma, come ricorda la lapide eretta in sua memoria nel 1953, fu un benefattore per Borgone: alla banda donò la bandiera, correva l’anno 1877, e molte furono le elargizioni che fece al Corpo Pompieri di Borgone, che, fondato nel 1859, porta il suo nome e di cui fu nominato anche Capitano Onorario.

Così, torniamo all’inizio. Torniamo in una Borgone a cavallo tra XIX e XX secolo, dove una comunità da secoli troppo stretta nella Torre Antica cercava un nuovo posto dove collocare il suo palazzo comunale.

Così, il benefattore Enrico Montabone cedette il suo palazzo.

 

Le porzioni del vasto podere che il Comune di Borgone acquisterebbe dal Cav. Montabone consistono in un palazzo, giardino, prato, casetta, siti, tutto distinto in mappa e misurante la superficie di are 37,39, pari in antica misura piemontese a tavole 98, once 7.

 

Sono 3739 metri quadri. Il tutto a 22.000 £. Di sicuro lo spazio non mancava: l’idea era quella di ricavarvi uffici e scuole. I lavori sarebbero costati ulteriori quattromila lire e rotti. Anche la geologia, in fondo, aveva detto la sua: una perizia condotta nel 1915 dimostrò che l’edificio era stato danneggiato nel 1887, quando un sisma di 6.5 gradi di magnitudo aveva sconvolto la costa ligure, facendosi sentire anche dalle nostre parti, il famoso Terremoto di Diano Marina, cittadina che fu epicentro del disastro.

 

 

CONCLUSIONI

 

Quel che è certo è che da quel 1901 in avanti, la storia cambia. È vero, potrete accusarmi di aver parlato poco di questi muri, di queste sale, dei tesori che questo edificio cela. Avreste ragione. Abbiamo parlato di persone, però. Persone che, in un modo o nell’altro, questo luogo l’hanno avuto nel sangue. Com’era già la frase di Pavese? “Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa.” Per queste persone il luogo era questo palazzo: per Giovenale Chiaberto che ne possedette l’antenato, se vogliamo, questo palazzo significò il suo potere prima e, nel momento della tragedia, quando attorno a lui c’era la guerra e in lui la malattia, la sua vendita avrebbe fatto la differenza tra una morte di stenti e una sepoltura onorevole.

 

Giovanni Battista Gropello era un uomo di potere: costruì il suo potere con il lavoro sul campo, ma le cariche, quelle le ottenne a partire dal titolo. Quel titolo che proveniva dall’aver acquistato questo palazzo, insieme al feudo. Poi non possiamo ricostruire i motivi umani di quell’acquisizione: fu una questione di opportunità? O forse, prima ancora, un moto d’umanità l’aver accettato di acquistare il feudo dall’amico Giovenale, ormai morente e che altre volte gli aveva già chiesto di farlo? Allo stesso modo, Carlin Montabone, quell’uomo vigoroso, capace, nobile descritto dalla penna di Norberto Rosa: fu un uomo capace di approfittare di un momento storico di rottura per costruire il suo potere? Oppure, come traspare dalle descrizioni, fu quell’uomo giusto, cordiale, autoritario e soprattutto capace di mediare nel marasma di quei tempi, di portar la pace quando tutto attorno era guerra?

 

Queste son le storie di questo posto. Alcune storie, perlomeno. Cos’è che cambia, però, da quel 1901. Che le storie non sono più storie di persone. Diventano storie di comunità. Di questa comunità. Strati su strati su strati. Racconti, voci, memorie. Ne abbiamo fatta di strada. Tutta questa strada, alla fine, passava da qui. Una comunità, ne sono convinto, vive e s’identifica attorno a queste strade della Storia. Certo, forse sono delle stradine rispetto alle autostrade della “Grande Storia”. Forse sono solo racconti di un Palazzo. Ma è di questi racconti, della somma dei racconti di questo palazzo, di una chiesa vecchia a Condove, delle vicende umane che accomunano un feudatario malato, il Generale delle Finanze di Vittorio Amedeo II di Savoia e il Maire napoleonico di Avigliana, che alla fine anche la Grande Storia si compone. Ed è raccontando queste storie, conoscendole, che i luoghi finiscono per appartenerci.

 

Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa.

 

Chissà: forse da stasera questo luogo appartiene a qualcuno in più.

 


NOTE

 

[1] N. Rosa, Il mio individuo ed altre memorie, Formica, Torino 1930, pp. 126-128

[2] Ibid., p. 129

[3] Ibid., p. 137

[4] Ibid., p. 132

[5] Ibid., pp. 132-133

[6] Ibid., p. 133

[7] Ibid., pp. 134-135

 

BIBLIOGRAFIA

 

E. Bevilacqua, M. Minola, Borgone: un paese tra la Dora e la Roceja, Susalibri, S. Ambrogio (TO) 2003

G. Casalis, Dizionario storico geografico degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, 1834

M. Minola, I Savoia. Viaggio attraverso i luoghi e la storia della Valle di Susa, Susalibri, S. Ambrogio (TO) 2002

M. Minola, Susa e la sua valle, Susalibri, S. Ambrogio (TO) 2000

N. Rosa, Il mio individuo ed altre memorie, Formica, Torino 1930

 

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